premi 2014

Premi dell'ann0 2014

 

Prima classificata premio “Città di Vignola” con “I bambini di Deir Azzor”

Prima classificata premio “Città di Fucecchio” sezione Rotary Club con “L'isola dei conigli”

Prima classificata Memorial Miriam Sermoneta con “Un cappello pieno di pioggia”

Prima classificata premio “San Pio X” città di Massa con “Miriam Maria

Prima classificata premio “Gens Vibia” Marsciano con “La casa dei folli"

Prima classificata premio “Una storia partigiana”Lastra a Signa con “La triste signora blu”

Prima classificata premio Giotto città di Vespignano con “Un cappello pieno di pioggia”

Prima classificata premio “Cipressino d'oro”Kiwanis Club Follonica con “Jasmine”

Prima classificata “Prato un tessuto di cultura”con “La casa d'acqua”

Prima classificata medaglia d'oro premio “Città di Livorno” con “La farfalla rossa”

Prima classificata premio Anselmo Spiga con “Santiago ed il mare”

Prima classificata premio Campodipietra per la poesia con “La sera di Macondo”

Prima classificata premio “Le ali di Pindaro “Procida con “Jamila e sua madre”

Prima classificata premio “Mario Barale” con “La casa dei folli”

Prima classificata premio “Sabatino Circi” con “Jasmine”

Prima classificata premio poesia edita “Locanda del doge” con “La nera signora”

Primo premio Granducato di Alzano con “La casa dei folli”

Prima classificata premio Mondo Artigiano con “Ivo”

Prima classificata San Miniato Writing contest con “Il nonno e Jack”

Prima classificata premio Lo scrittoio con “La farfalla rossa”

Prima classificata premio Poesie al bar con “Gli occhi dei bimbi di Tikrit”

Encomio d'onore premio Targa Marcocci con “La casa dei folli”

Seconda classificata premio “La rosa ed altro”con “Le rose di Stazzema”

Seconda classificata Università popolare di Spinea con “L'ombra di Dio”

Seconda classificata premio “Giuseppe Fragrassi” con “Ottobre 95”

Seconda classificata premio Avis Capannoli con il racconto “Credo in un solo Dio”

Seconda classificata premio “poesie in strada”Colmurano con “Il viaggio”

Seconda classificata premio “Mani in volo” con “L'ospite inatteso”

Seconda classificata premio città di Quarrata con “L'ora d'aria”

Seconda classificata premio Cesare Vedovelli con “Apostasia d'amore”

Seconda classificata premio Capit con “Apostasia d'amore”

Seconda classificata premio Anna Savoia con “I fiori bianchi della Louisiana”

Terza classificata premio “Il delfino” con Santiago ed il mare

Terza classificata premio Granducato di Alzano con “Apostasia d'amore”

Terza classificata premio Montorfano Franciacorta con “Apostasia d'amore”

Terza classificata premio Lino Molinario con “La casa dei folli”

Premio speciale “il vino, la sua terra e noi”con “Il tascapane e la bottiglia”

Premio della giuria “Città di parole” con “L'ospite inatteso”

Premio speciale “Cesare Lavarino” concorso “Mario Barale” con “Al tre don”

Premio della giuria Lo scrittoio con “Apostasia d'amo

 

 

 

 

 

Primo premio "Città di Vignola"

I bambini di Deir Ezzor 

 

Non giocano ai quattro cantoni i bimbi di Deir Ezzor

orfani di madri, scabri come frutti pallidi

giacciono in un cerchio senza cuore

in un alveare celato tra le nuvole

 

sanno di quiete i bimbi di Deir Ezzor

le bocche tenui, la bellezza volata via

congelati nel panorama quasi immobile della guerra

bambole scomposte in un dolore indecente, folle,dilagante

 

si addormentano nella supplica dell’alba i bimbi di Dear Ezzor

in una nudità che odora di frumento

cercando uno spicchio di luce, un gioco, una briciola d’amore

piccole perle spezzate senza più sostegno

 

non hanno arpioni per attaccarsi alla vita i bimbi di Dear Ezzor

quando intorno aleggia una morte dagli occhi di falce

e il veleno si fa strada in un silenzio cupo

dilaniando carne, anima e sogni

 

tutto è nero d’assoluto

i capelli imbrogliati dal disordine

le braccia senza forza spampanate al vento della sera

e la vita ciondola come un ninnolo

prima dell’ultimo bacio del mago delle favole.

 

E poi solo la notte.

 

 

Una storia non esiste se non viene raccontata....per questo nei bambini di Deir Ezzor, l'autrice grida al mondo tutto l'orrore e la disperazione che vede i bambini vittime di uno dei più cruenti conflitti tutt'ora in corso, la guerra in Siria. Non sanno più giocare quei bimbi, intrappolati nel vortice dell'odio, gli affetti strappati, l'infanzia spezzata, feriti, uccisi da gas letali o dalle bombe che ne dilaniano i corpi ed i sogni. Quanti anni avevano, come si chiamavano questi bambini? Angeli innocenti pieni d'amore, piccole perle dal cuore incontaminato, si sono addormentati sognando di vivere la propria infanzia in pace. Una poesia vera ed essenziale, che risveglia le coscienze di chi legge dai toni delicati ma forti, perchè è disumano poter accettare la sofferenza di un bimbo ed è giusto ribellarsi a questo abominio, perchè il dolore di queste anime innocenti è inaccettabile e la crudeltà inaudita che può toccarli è un'ingiustizia incomprensibile.

 

Gabriella Manzini

 

 

 

Primo premio "Città di Fucecchio" (sezione Rotary club)

L’isola dei conigli (04-10-2013) 

 

Inascoltati sono le grida, stanotte, all’isola dei conigli

il pianto è inghiottito dal silenzio, immobile, senza eco

le ombre solcano maree

ed il tempo oscilla in  onde lunghe

dove estranea affiora la morte, l’apocalisse, il quarto vuoto

 

tace la vita

premono i gesti,gli schianti e poi le voci

l’ansimare del mare, la caduta

e tutti accampati al limite del nero come fosse fuoco

percossi dall’invisibile, dalle schegge di brina dell’inverno

 

e bimbi, madri,padri come fango

levitano come appesi ad una croce

si posano, si tendono, s’allungano, profumati d’Africa

così  la vita cede cantando in contro tempo

in uno Stige d’acqua salata, in un ignoto limbo dispiegato nella quiete.

 

Non ci sono galeoni scomparsi, sfavillio di pesci

non ci sono organze stasera alle finestre in questa bonaccia di tempesta

il vento sfiora gli albicocchi

e  canta il vuoto che lamenta perdite,le parole della neve

 

brilla nel mare  solo il rumore delle ossa

che si tende piano .

E lentamente  tutto divora.

 

 

 

 

Primo premio "Gens Vibia"

Le tre madri

 

Hanno compilato errori portandoli per mare,le tre madri,

impiegate a vita di un perfetto calendario

preposte al vento freddo di dicembre

madri per sempre, donne di sere lunghe

 

è bella Rita, ha occhi di falena, il sorriso beffardo delle lucciole d'estate

sfoglia Vanity Fair dal parrucchiere, vestita in fucsia

cercando nuovi amori fuori porta

da mettere al posto giusto,come un vestito nuovo o un'abitudine

 

Laura conta numeri in una stanza dal soffitto basso

arruffata in un tempo assorto e solo, sognando un castello delle fiabe

un uomo dalla cravatta colorata, un figlio dagli occhi di cerbiatto,tutto suo

il corpo affogato in pranzi fatti al volo

la mente persa in bilanci, fatture e preventivi

l'inverno a lato cuore, in pigre utopie di anni già vissuti

 

Anna vive di fretta, arresa ad un uomo senza condizioni

l'asilo, la danza,la palestra, la pall mall che brucia nella mano

levigando una polvere già antica

sognando un vestito già da sposa, gli orecchini in perla,

lo chignon e i fiori sui capelli chiari.

 

Ed a sera, girando le chiavi nella toppa

nell'uggioso grigiore dei cortili

trovano un nuovo esilio, una tv distratta

adagiate nei loro vizi troppo brevi, nelle lezioni perse a mezzo del cammino

 

e vivono ogni giorno di gesti ripetuti in un abitacolo d'illusioni da abitare

sognando di gettare l'ancora in un atollo di coralli e di conchiglie

e farsi vela nell'amplesso di una vita capovolta.

 

 

 

 

Secondo premio" La rosa ed altro" Memorial Ernesto Filoso

Le rose di Stazzema

 

S'attarda quest'estate a rammendare un vuoto

in un lento adagio d'ore

sui volti chiari dei figli addormentati

su donne vestite di farfalle

si disperde lieve e tace

e dilaga

su un’ agonia di neve

su una rosa capovolta che ha perso il suo profumo

 

le ore si muovono come in dondolo

affondando il cuore in uno strazio lento

al sogno di un mandorlo fiorito

di un bosco profumato di menta e di limoni

 

è sera d'indaco oggi a Stazzema

le campane impiombano tristi uno strano ritornello

la morte ha tacchi a spillo e sta per entrare

somiglia ad un angelo di brace

le labbra di fragole e lamponi

 

ci bacerà sorridendo bionda

in un connubio di polvere e di cenere

in un pulsare greve d'infinito

il silenzio si farà vermiglio

e l'ombra di rugiada.

 

 

 

Secondo premio "Università popolare di Spinea"

L’ombra di Dio

 

C'è solo l'ombra di Dio

quasi un roseto in fiamme

a tingere di bianco la sete di notti insonni

che sanno d'inverno

di un gioco a mosca cieca

senza nè vinti

nè vincitori

 

c'è un cielo sparpagliato di maggio

il linguaggio muto dei sassi

gli occhi azzurri dei fiordalisi

le bocche spalancate dei papaveri

ormai sfioriti

il fuoco fatuo di un'amara terra di paese

in giorni piumati di freddo vento

 

c'è un angolo di cielo che si inarca

illuso d'amore in un'ipnotica nenia

il gesto aspro di piogge leggere

la luce umida sui ciottoli antichi

assestati su un cuore stropicciato

 

sono sepolte le stelle

è spento il guizzo delle rose rosse

e l'ombra di Dio troneggia tra i muschi e le serpi

nei cerchi di grano

in questa vita recisa lungo le banchine del porto.

Nel silenzio della lontananza.

 

 

 

Primo premio "Memorial Miriam Sermoneta"

Primo premio "Giotto Colle di Vespignano"

Un cappello pieno di pioggia

 

Non vergognarti del viaggio,del tuo cappello pieno di pioggia

delle cose mancate,della tenera discesa verso il buio

attraverseremo il ponte di ferro insieme

scenderemo da una vita fuori stagione, da un orizzonte raccolto

da un pontile vuoto verso l'azzurro

saremo fuori dalla calca dei sogni

un ciclope che intreccia le reti accanto

oltre gli stracci di un santo bevitore

 

avremo un giardino fiorito di papaveri

una donna che impasta biscotti e fili d'erba

lassù oltre lo strapiombo delle rose

ci addormenteremo su sedie colorate

gli occhi fissi sul pontile

il cuore aperto al mare

allargheremo l'amore accanto ai gusci vuoti di conchiglie

accarezzeremo onde, così ordinate, così vaghe.

 

E ci sarà il silenzio delle parole rovesciate

gli odori della sera

neve e foglie sotto i viali

la bellezza dei semafori e della pioggia

un'alba con le gocce sopra il vetro

 

sarà un inverno sdrucciolato di sole

e la primavera sarà carica di miele, di erica e di acanto

vivremo di un dolore calmo sul treno della sera

le fronti inginocchiate al finestrino per pensare

alle vite di passaggio

al sole lontano e solitario come un desiderio che resiste

 

cammineremo sulla sabbia con un bastone e delle ombre

raccoglieremo legni bianchi

in quel posto senza luna

 

dove l'ultimo gesto di coraggio è solo il mare.

 

 

 

Primo premio "Una storia partigiana"

La triste signora blu

(….in viaggio verso Firenze)

 

E arriva più o meno alle sette la triste signora dalla vernice scrostata

dopo una notte in cui l'odore dell'altro è qualcosa

un faro ammaccato, le gomme consunte

vibrando il suo affondo in mattine con la nebbia negli occhi

in grigie folate di attese smarrite

 

arranca in sordina facendo salire le vite degli altri

dolori dalla memoria potente

la polvere che appanna gli sguardi, il caos scomposto

il silenzio che spezza il mattino

la stanchezza invisibile di un equipaggio dalle gomene spezzate

 

c'è un capitano dagli occhi di ghiaccio

badanti, emigranti, operai, pendolari dai sogni recisi

la pioggia che cola indecisa sulla strada asfaltata

un fuoco di campo

e clochard che si respirano addosso

i loro ricordi appena accennati di ginestre e caffè.

 

Si muore così, un poco ogni giorno, in questi giorni dall'orlo sdrucito

in una dissonanza di sguardi e sorrisi, seduti nel 7b, il solito posto

con un fiocco slacciato, le gambe bianche di luna

immobili ad un finestrino che non riflette la vita

noi mozzi di onde violente

di cordami appena spezzati.

Prima di ancorarci dopo la curva alla riva: in Via Alamanni, più o meno alle sette e quaranta.

Una finestra aperta sulla realtà, l'inverno che persiste, la stagione del risveglio è lontana. Lo sguardo colpevole attraversa il vetro come fosse una lente d'ingrandimento sulla quotidianità, un susseguirsi di visioni che scorrono veloci come i giorni dell'indifferenza, le situazioni ed i personaggi si accavallano in un marasma di desolazione, simile a quella vista i giorni precedenti ed ancora presente. Una poesia amara, che ha il sapore della sconfitta, ma nello stesso tempo emozionalmente suggestiva, in maniera poetica evidenzia la realtà senza mezzi termini, in visioni poetiche per raccontare l'inverno che ancora non conosce risveglio.

Mauro Marzi

 

 

 

Primo premio "Cipressino d'oro" Kiwanis Club Follonica

Primo premio "Sabatino Circi"

Jasmine

 

E' fanciulla in fiore Jasmine

ha pelle d'Africa, scapole che portano al mare

la bocca rossa dei giocolieri e dei pagliacci

un braccialetto di turchese che si tende al polso

quando alla sera carica le pallottole nel tamburo

ad un chiaro di luna spento

ad un futuro già datato

 

è Venere caparbia Jasmine in un regno dai colori ad olio

quando cammina senza peso nella vita

e c'è fuoco intorno

il fumo dell'ultimo sparo

un sangue dal sapore dolciastro che ondeggia tra lingua e palato

un brusio di morte impigliato tra i denti

 

è vergine di nebbia Jasmine

quando misura il suo cuore svogliato e fa l'orlo alle lacrime

oggi che non ha l'abito da sera

oggi che si liscia l'anima e ha addosso l'inverno

oggi che andrà senza muoversi a cercare la fine del sogno

nessun alibi per la morte

nessuna compiacenza per la vita.

 

Domani non sarà più Jasmine

dieci anni

virgola in un soffio d'eterno

piccola goccia di neve

kamikaze di Kabul.

 

 

La poetessa disegna i tratti di una giovanissima vita votata alla morte, contrapponendo al deserto circostante in cui la sua scelta, inconsapevole e certo indotta, matura, tutti i colori e i giochi che, mescolati a gesti e sapori di guerra, stanno, come una sequela di promesse mancate, ad indicare un “futuro già datato”, che non si compirà. Le quattro strofe in verso libero, che si distinguono per la scelta lessicale sobria ma puntualmente efficace, sono capaci di restituire il dramma senza chiamare mai il lettore alle facili emozioni, ma costringendolo, piuttosto, al ripiegamento interiore e ad una dolorosa meditazione sull’inanità della violenza.

 

 

 

Primo premio "Prato un tessuto di cultura"

La casa d'acqua

(Castelpulci 1932)

 

Ci sono nodi nei capelli in questa casa d'acqua dietro l'angolo

e lustrascarpe, uno scialle di lana, ciotole dove bevono tutti i gatti del quartiere

ed io, quando si fa sera

gioco a carte con giullari,arrotini e falegnami

sognando il mare che si allontana, il rosso gelso in cima alla collina

 

qui i giorni conoscono la misura del castigo

affidati alla pioggia, al rumore che facesti partendo

e si capovolgono passando distratti accanto al cuore

vagano in un soffio silenzioso

moltiplicando illusioni senza scopo

mischiando il passato ed il presente

i passi sospesi sui marciapiedi vuoti

 

il tempo si è portato via molte cose, anche l'essenziale

l'ipocrisia calcolata

i pochi vestiti d'occasione, l'inchiostro della mia penna

la cenere dolce dell'amore.

 

C'è tanto dolore scritto sul corpo

ora che chiedo e non ho risposte

ora che ho una chiave ma non una casa

ora che conto il volo azzurro delle sillabe

e non c'è alcuna donna a leggermi la mano

solo un venditore di stoffe nella finestra di fronte

che guarda le nuvole

e dipinge con colori a pastello il canto mattutino delle lavandaie

la sua notte da primo commediante

 

e disegna a matita il falò della mia anima

che brucia, fatta di neve

in un volo senza pace

mentre io scrivo il tuo nome sopra al muro

e mi accontento dei miei pochi versi

che rubano il silenzio, il desiderio del rimorso

lo sconcerto della morte sempre più vicina.

 

Non vorrei più nascere poeta.

 

 

…. ricordando Dino Campana

 

 

 

Secondo premio "Fragrassi" Città di Moscufo

Ottobre millenovecentonovantacinque

(a Daisy)

 

E' quasi bella la morte

fragile, inspiegabile, sola

in osmosi sul tuo seno candido

insonne sul tuo corpo percorso dal disordine

piegato dal tempo

logorato dagli anni

 

la sciarpa azzurra trattiene una carezza sul collo

e c'è silenzio

un senso di smarrimento

una mancanza di coraggio

in questi attimi dalla bellezza sospesa

quando il mondo fuori spegne i rumori

ed io salgo a ritroso tre scalini

in quel dolore che si fa feroce, poi quasi delicato

 

c'è una strana attesa nell'iride dei tuoi occhi stanchi

un epigramma appeso al cuore

un brivido rosso sulle persiane accostate

ora che il bicchiere d'acqua fresca resterà li

ad evaporare sul comodino

e ci sarà la neve sui viali

 

e la follia degli angeli in cielo

a tenerti stretta la mano.

 

 

 

Primo premio "Anselmo Spiga"

Terzo premio "Il delfino"

Santiago ed il mare

 

Ed intorno la silenziosa stretta del mare

l'occhio tondo dell'angelo, il molle torpore del mese d'agosto

c'era la lenza che scivolava nell'onda, affondava nel blu dell'abisso

accarezzava boline e maree

facendo l'amore col corpo del marlin, un'azzurra scintilla tra il sartiame e la prua

 

e dietro ancora poi ancora si espandeva un'ombra, poi un'altra

un'eco lunga in risposta al profumo del sangue

i pescecani avanzavano tra il sartiame ed i flutti

folleggianti in un allegro banchetto di morte

le fauci spalancate all'orrore profondo.

 

Sull'albero in mezzo Santiago osservava la perfida scena

vedeva la tragica lotta e la beffa divina

le pupille ormai vuote

s'apprestava a stimare la sera quando ancora era un richiamo lontano

lo sguardo offuscato e deluso dal tutto

il dolore screpolato dal sale e dal sole

 

così lentamente svelava il suo remo, il richiamo del vento, il rossore battuto dell'onda

ed invocava un Dio senza voce, il suo brivido d'oro,gli occhi chini persi nei flutti

ed accanto al timone giocava a carte da solo

fumava calmo nella sua pipa di radica antica

innamorato solo dell'albatro bianco

indolente e sgraziato compagno di viaggio

 

ed aspettava che accadesse di nuovo

rigettava un'altra volta la lenza

vecchio Odisseo dipinto di bruma

e sentiva ancora e soltanto il silenzioso vagare dell'onda

ancora e sempre

l'inquietante, assoluto, infinito silenzio del mare.

 

Al mattino Santiago sognava gli aironi.

 

 

 

Secondo premio Cesare Vedovelli

Secondo premio Capit Roma

Premio della giuria Lo scrittoio

Apostasia d'amore

(A Meriam Yehya)

 

Adesso che vedo sulla neve le orme di mio figlio

così leggere, con un azzurro dove si posa l'ombra

tutto è piagato,immobile

il cielo che si allarga e si ispessisce

l'anima che si accascia in una marcia stentata

la morte che mi cresce addosso come un tralcio di vite

 

ogni giorno penso alle nuvole morbide e tristi

a quella corda stretta al collo

al sole ed ai suoi raggi

alle estati perdute che ritornano, ad una ad una

prendendo il loro posto senza inganno, senza alcun dubbio

 

indugio pensando ad un pallone che echeggia tra i muri alti

al profumo improvviso del trifoglio

al calore dolce e rude dell'amore

alle dita di mia madre che si stringevano in instancabili cadenze

ora che la malasorte ha dettato le sue parole sapienti

ed è dolce il cenno della falce

che mi attende oltre la pergola, al crocevia delle stelle.

 

Oggi guardo il mare, il confine del sogno

nel mio abito di porpora e con la corona d'oro

contando sulle dita le poche stagioni che mi restano

abbracciando il mio Dio dagli occhi luminosi

il mio Dio del disincanto.

 

Fuori nevica silenzio e non c'è neve.

 

 

 

Secondo premio "Mani in volo"

Premio giuria "Città di Murex"

L'ospite inatteso

 

E' arrivato in un giorno d'inverno

la lunga giacca di velluto azzurro, laborioso come un'ape

calpestando la rugiada del prato, gli sterpi delle rose,gli inganni mutevoli dei sogni

è entrato a tentoni, senza bussare,senza chiedere permesso

divenendo un'ombra confusa

addossato alla frontiera dei tuoi occhi,alla pianura del tuo cuore

alle periferie delle tue giunture, delle tue ossa

si è fatto spazio piano piano dentro l'armadio di quercia

posandosi in silenzio tra sete giapponesi e porcellane bianche

 

si è assoggettato al nostro calendario

ingoiando il tempo,la lentezza della luna, le fiabe di calicanto di novembre

ha stilato condanne,destini, perdizioni

rilucendo malvagio nelle sue dita da ragno

vermiglio, torrido di sole, sul nostro amore immenso, rotondo, bello come un fiore.

 

Ci è caduto addosso sorgendo dal nulla,perfido bacio della buona notte

e la nostra nave si è persa in una burrasca senza stelle, in un mare senza sirene

vagando sempre più a largo, in onde sempre più lunghe

 

ed io ho cercato una ragione, la vetrina di un caffè

un gesto che fosse scintilla, una lacrima di lusso

chiudendo gli occhi allo spasmo infinito dell'inganno, all'inizio e poi alla fine

alla pioggia dentro il vento di ponente

al temporale che si annunciava indifferente

e mi sono attardata nel tuo corpo chiaro e bello

amandoti come se amarti fosse un abito indossato la mattina.

 

Ed anche adesso, tra le nubi basse di dicembre

con questo ospite inatteso dentro il letto

con i suoi passi che calpestano la neve

nella nostra casa di sabbia e nebbia dove si è fatto sera

 

ti amo in questo vuoto a strapiombo sulla vita e sopra il mare.

 

 

 

Primo premio medaglia d'oro Città di Livorno

Primo premio Lo scrittoio

La farfalla rossa

(Palestina 1957)

 

E li ricordo ancora i passi incerti di Amal quel giorno nel prato del diavolo

il rossore del viso, le fioriture mosse dal vento

il paesaggio che ritornava, ricopiato sull'erba bruciata

i giallo ed il nero

ed il merlo assetato, l'inganno di una luce lontana

una rosa purpurea che sbocciava in estate nel campo di grano assolato

 

e li ricordo i battiti del mio cuore impazzito

il suo sorriso che volava nel cielo bruciato

la farfalla rossa che scivolava nel fuoco

ed il lampo, il fumo, un argento di fiamma, il volo del moscone dorato

il fiore di sangue che sbocciava sull'abitino attillato

 

era morto anche il sole

insieme alle ombre, alle vene di foglia

ai passi corti di Amal svaniti nel nulla

si stemperavano arrese in un vortice le sue corse tra i sassi del fiume

il suo odore di latte e di buono

le sua manine paffute, i suoi gesti rimasti incompiuti.

 

E poi ricordo solo mio padre, le ciglia bagnate di lacrime, l'asino col carro di aranci

il vento tra i rami del mandorlo

il bollitore sul fuoco prima delle urla ed il dolore

il flagello del sole e la vita che se ne andava lontano

in quel silenzio di morte che galleggiava nel prima e nel dopo.

 

C'erano solo soldati d'intorno

i fucili alla mano, gli elmetti d'acciaio

i loro ordini sul campo di filo spinato

i delitti atroci compiuti da loro e dai loro antenati

 

e c'era una pena da portare nelle tasche bucate

senza poi farci caso, senza fermarsi

perchè tutto accadeva in silenzio

per noi che non avevamo passato e nessuna pietanza sul fuoco.

 

 

 

Primo premio "Mario Barale"

Primo premio "Scarabeus"

Primo premio "Granducato di Alzano"

Terzo premio "Lino Molinario"

La casa dei folli

(Ad Alda Merini)

 

Ci sono lunghe crepe al soffitto della casa dei folli

finestre murate a calce

l'abbecedario della vita che si perde in viscide carezze di formica

 

ci sono storie storte che diventano malattia

lo sporco candore della neve

quando a notte cadono stelle addosso e domina l'orgasmo del silenzio e la penombra

sulle grida agonizzanti delle donne

sul cedimento, il franare continuo della vita

 

tutto tracima negli incesti da subire

nelle violenze che lente si espandono

scavano il corpo,la mente, il cuore.

 

Gli uomini hanno il cappello della domenica nella casa dei folli

i vestiti di mussola sono strappati

e i lupi si nutrono di salamandre

nel bianco sipario di luce appena accennato

 

c'è il congedo dello spazio, del tempo nella casa dei folli

i vaghi presagi, i lampi che tornano, i fiati addossati sul muro

ed io ho una rosa ed un lillà accanto al mio letto

le stigmate rosse pulsanti

e dormo insieme ad un Dio sceso con me dalla croce

 

sognando Notre Dame alla sera, lo stridore dell'arco e la corda

le membra racchiuse in uno spasmo di luna

in un culmine d'onda, per lenire l'assonnato dolore

 

 

così scrivo col viso bagnato dall'ultimo bacio

parole impastate di cielo e di carne

scrivo di vento, degli ultimi fuochi d'agosto

del canto di una coccinella che muore

 

scrivo poesie componendo preludi d'amore e brucio da sola

osservando compiaciuta il mio rogo.

 

Prima che la notte disegni le ultime ombre,le lotte dei ragni,

le fronde incantate dei crochi morenti.

 

 

Primo premio "Campodipietra" sez. poesia

La sera di Macondo

 

E' lassù oltre la siepe di rose Macondo

dove la luce declina sulle capanne d'erba, dove ci sono pane fresco, latte e vino caldo

camerieri con livree e pasticcini

un piattino con gli spiccioli e le chiavi

 

ci sono sere come tante lassù a Macondo

le donne hanno occhi d'oro, seni in fiore, ombre viola posate sopra i fianchi

e le case vivono tra rampicanti d'edera,con terrari e tartarughe

le porte aperte all'alba, le finestre riversate sul cortile

 

si mangia con bicchieri da osteria, lassù a Macondo

si accordano chitarre al canto di cicale

si arrotolano le ciocche dei capelli delle donne

e dopo mezzanotte ci si rannicchia dentro il sonno ogni sera con un amore nuovo

il gelsomino fiorito sul cuscino.

 

Ed ora che sei lassù, libero docente nella cattedra dei sogni,

scriverai sul ventre basso delle nuvole del viaggio del Buendia, del colonnello, delle puttane tristi

della follia della gente che cammina

 

e noi quaggiù saremo soli nell'ora delle strade vuote

le bandiere senza vento

a concederti l'addio, commossi dal ricordo, dalla lentezza del tempo che ci veglia.

 

Avremo la polvere nel cuore e nelle scarpe buone

al di là del nostro andare alla deriva

dispiegati come giunchi al vento freddo della sera.

 

 

 

Secondo premio "Città di Quarrata"

L'ora d'aria

 

Ed io

gli occhi infossati che ombreggiano lo sguardo

il ventre prominente

lo posa da sconfitto

plasmo il tempo del mio cuore nell'ora d'aria

il lunedì chino sulla pioggia

il martedì appoggiato ad un livido sprazzo di sole

e fisso gli avambracci nervosi

le macchie bluastre dei tatuaggi, l'ancora sbiadita, la rosa gialla

 

dura poco l'ora d'aria

quando il cielo è imbevuto d'azzurro

e ci sono mirti e biancospini in fiore oltre il cancello

sogni che sorridono dietro la porta

le gambe lunghe delle stagioni ormai passate

 

e vorrei parlare con Dio

legargli i polsi con un monile di rame

prima di ritornare dentro

e risentire il tintinnio delle pistole

il cigolio delle celle che si aprono

il monotono scricchiolio delle scarpe dei secondini

le urla dei compagni carcerati.

 

Sono prigioniero da vent'anni e sto morendo

una stagione di pioggia nelle tasche

il silenzio che sboccia nell'anima

bianco e diviene urlo

cicala morente di un'estate senza fiori

 

così sto qui in esilio

aspettando il bivacco stanco della sera

e nel frattempo sogno

lo zucchero sul pane

il tic tac degli orologi persi

il mare delle Highlands

ed infine l'amore o quasi

nell'ora d'aria.

 

Di primavera

una domenica mattina.

 

 

Primo premio poesia edita "Locanda del doge" Villa Cagnoni-Boniotti

La nera Signora

 

Sono viola

gli occhi della nera signora

accarezzano foglie rinfoltite dal sole

con lame taglienti di falce

voraci di un'altra piccola anima

di un altro solco di pianto

 

sogghignano

cercando stelle cadute nel pozzo

la pioggia sottile d’aprile

il non risveglio di un respiro spezzato

 

si allungano negli squarci del tempo

inghiottendo le urla e i rimpianti

travolgendo lo spazio che riempie le forme

 

poi sorridono ambigui

succhiando l'onda di mare

con un altra preda nel cuore

contando granelli di sabbia

il dolente ritmo dell’acqua

le lacrime che tacciono in gola

 

tutto è fermo senza suono e colore

è dolorosa la luna

è in assedio la vita

e i semi delle rose sono polvere.

 

"Vera e raffinata poesia questa di Tiziana Monari che si avvale dell'ausilio di una sottile vena malinconica e di un linguaggio di rara suggestione evocativa. Versi intensi, di grnade pathos, versi che ricamano inquietudini, dissonanze

di sogni, penombre e smarrimenti. La condivisione è totale, poichè, quando la poesia proviene dal profondo assume veramente un valore universale che riesce a coinvolgere ciascuno di noi. Siamo tutti precari della vita. Tutti abbiamo incertezze,paure chiuse nel cuore, vuoti da colmare, fragilità e ricordi .(A occhi bassi ci innamoriamo del sole, divenendo cenere, polvere di seta, un fumo calmo e lento, prima della sera).

 

Angioletta Masiero

 

 

 

 

 

 

Primo premio "Mondo Artigiano"

Ivo(ricordi di un industriale pratese)

Presidente di giuria Andrea Vitali

 

 

Ed Ivo in una stanza spoglia, le battute sciape

i brindisi con lo spumante dolce ed i bicchieri di cartone

sentiva il fallimento che si stringeva nelle spalle, la faticosa cortesia del commiato

e tra i cd di Mina e di Vecchioni e la poltrona Frau

si facevan largo i passi lunghi e rigogliosi dei ricordi

l’assalto della memoria che svaniva

 

così Ivo, uno e settanta,

la barba folta e grigia,gli occhi bassi,le mani morbide come mollica

la maglia azzurra legata al collo, rivedeva in sogno

i fili fluttuanti del cotone, i jacquard delle stoffe colorate, subbi e stracci

le donne con i camici blu, i capelli raccolti, chine sulle pezze.

 

E si accorciavano i pensieri, trasformati in stelle,

si mischiava la tristezza tiepida all’infima grandezza che moriva

c’era gloria in questa decadenza , nella fuga verso il silenzio,

in una città dal cuore affievolito come un amore ormai alla fine

c’era una tenerezza piena, ed il profumo di vino svaporato che si espandeva nelle strade

agli angoli dei capannoni stinti

tra i muri scrostati, in una desolazione bellissima ed infinita.

 

Poi tutto si apriva al nulla, nel vento che si accaniva sulle foglie

e nel cielo gli aerei non lasciavan scia

solo un dolore sottile come un taglio

e le mille ombre sottili della sera.

 

 

 

Primo premio "San Miniato Writing Contest"

Il nonno e Jack

 

E lo ricordo il nonno

gli occhi color fiordaliso

il maglione di lana grezza

il berretto posato di sbieco sopra il capo

raggiante in una piccola malia di luce

con Jack al suo fianco

il pelo che vibrava in sordina

le vene che pulsavano forte nelle corse tra i sassi di fiume

 

partivano nell'intricata topografia del mattino

oltre la torre guelfa

scivolando come penitenti tra le foglie del bosco

in un piovere quieto di luce

perdendosi tra chiocciole, civette e pernici.

 

E Jack smarriva l'occhio al cielo

il muso schiuso ad umidi profumi

il naso che pulsava aperto e chiuso

le zampe che scavavano in un fremito profondo

 

ed all'improvviso appariva un tubero odoroso

sbucato dall'abisso, vivido e chiaro

celato sotto una quercia quasi eterna

 

ed intanto si faceva sera

l'ombra strisciava nei rovi e nei cespugli

un bianco di farfalla usciva insieme al buio

 

ed il nonno e Jack tornavano felici

sbirciando il comignolo di casa

sognando il fuoco scoppiettante del camino

 

e nelle tasche una piccola fortuna

l'oro della terra

un bianco bel tartufo.

 

 

 

Primo premio "Poesie al bar"

Gli occhi dei bimbi di Tikrit

 

Ci sono grandi navigli, sogni di porti infiniti

ed ombre di navi antiche negli occhi dei bimbi di Tikrit

nell'iride scura si intravedono il principio e la fine

un cavallo azzurro ed un usignolo

quando al mattino la polvere del deserto si fa furiosa

ed il canto dei proiettili sale silenzioso nel cuore delle madri

accarezza i volti timidamente

i corpi neri di farfalle dagli occhi d'oro

 

c'è una morte diversa negli occhi dei bimbi di Tikrit

una morte che solca il cielo in un sussurro

infuoca le colline , fiammeggia sulle radure

annunciando il freddo e la neve

l'ultimo fuoco del giorno

l'ala buia di Sirio

il grido a sud della civetta innamorata

 

e quando la luna piena è in cima ad ogni spiga

nelle palpebre levita un canto d'Odisseo

un fuoco fatuo, un barbaglio di lacrime che scorre sulle guance

in quella terra di nessuno dove il tempo è immobile

la bussola assopita

dove la vita è fragile conchiglia

e la morte ha solo cinque lettere

ed un sonaglio d'argento nella bocca.

 

 

 

Secondo premio "Anna Savoia"

I fiori bianchi della Louisiana

 

Ed il cuore ritornava verso casa

planava sopra il sole d'Africa

sfuggendo al tempo degli uragani, alla spuma delle onde

e c'erano uccelli abbozzati nel cielo, nasturzi fioriti

il silenzio degli alberi , un ragno che tesseva una fitta trama

 

ed il corpo restava qui, leggero come una foglia

in questi ettari di terra condannata

a raccogliere i fiori bianchi della Louisiana

nell'indifferenza delle stagioni, nel disordine del mondo

con i passi pesanti di qualcuno nella notte

 

qui dove non c'erano lucciole e stelle

dove i più se ne andavano con le ombre

qui dove la morte faceva l'amore con le catene

con la solitudine dell'esilio

e c'era il dolore, le nuvole in corsa sopra ai declivi

una piccola meraviglia di polvere.

 

E i bianchi avevano occhi da tigre, il panciotto colorato

tiravano fili, cambiavano scenario

preparavano il tè, i cucchiai, i biscotti

conversavano di scambi e denaro

in un tempo senza impronte

luttuoso e monocorde

in queste piantagioni di fioriture tiepide come cristallo

dove si attutivano le voci degli schiavi e si addensava afosa l'estate

 

e non c'erano stanze, solo capanne e sandali laceri

la vita che si dissolveva lentamente nel medesimo tragitto

nelle mani un petalo di fiore di cotone

e solo l'abbandono intorno

nella consolazione arresa ad un triste oblio.

 

 

 

 

Primo premio "Le ali di Pindaro"

Jamila e sua madre

musicata dal maestro Francesco Trio (vedi video)

 

Io che non assomiglio a nessuna madre,non porto mai scarpe chiuse

e ho una borsa senza sogni come la mia vita

stanotte guardo un punto fisso

per non sentire le fitte al ventre, lo stomaco che sale e si rovescia

in questo mare che sbatte e porta indietro qualcosa

in queste onde azzurre come l’azzurro di una città morta

 

e il mio corpo aperto trema, illimitato muove ombre, guarda una stella e lune arabe

quando arriva lei che come anemone fluttuante strappa la mia carne

geme roca, i capelli riccioli di vento, la bocca morbida di datteri

un piccolo calamaro alla luce della notte, una vergine di sabbia calda

 

piange su questa serpe scolorata e cupa

su queste anime dalle gambe magre scivolose come topi, che ci fanno compagnia,

le teste basse bianche di polvere,le mani creste rotte come il legno della barca

 

urla in questa notte nera ed io penso ad una zona di transito dove si arresta la vita

ad un campeggio di finti turisti, a delle sedie pieghevoli, a dei limoni in giardino

ad un sogno da mettere in tasca e sotto il cuscino, penso ad una vita gonfia d'amore

unita in due lembi di tempo, rossa di semi,il cuore del mio mondo lasciato.

 

Ma la grande solitudine del mare disegna la morte

nel nostro esodo rotto dal vento, inchiodato alle ossa.

Prima della tempesta.

 

 

Nota critica del maestro Francesco Trio

 

Il brano, ispirato alla poesia omonima vincitrice del premio di poesia Le ali di Pindaro messo in palio dall'associazione culturale “Pleiadichorus” di Procida, è scritto sotto forma di poema sinfonico ritrae il momento della nascita di Jamila, su una imbarcazione di immigrati nel bel mezzo di un viaggio della speranza ed è diviso in tre momenti:

-l'angoscia del vivere: è il flashback di una donna, che, sola nella disperazione del proprio stato di profuga ed incinta , rivive quei pochi momenti di serenità troppo presto dimenticati a fronte degli orrori della guerra e delle umiliazioni vissute.

il tempo asimmetrico descrive contemporaneamente l'ondeggiare scomposto delle onde e l'instabilità emotiva della donna.

-della meraviglia di un crudele destino:il miracolo più bello del mondo, la nascita di un bambino, risulta ancora più clamoroso in questo contesto di disperazione assoluta. L'introduzione, ricca di tensione, lascia il posto a continui cambi di tonalità che accompagnano verso un crewscendo finale la nascita di Jamila.

-della tristezza di una gioia soffocata:il primo momento di intimità tra Jamila e sua madre. Un tema semplice nella sua struttura ma complesso nella tessitura del contrappunto è l'inno della vita che la piccola Jamila canta al mondo.

Il finale è metafora della fine di tutti i dolori e le angosce.

 

Si spegne la luce sugli orrori del giorno, è notte.

Solo grazie alla stanchezza di un'anima sola, il corpo dorme senza riposare in questo viaggio della speranza. La speranza che fa vivere quando si vorrebbe morire, la speranza che fa sognare quando non c'è più niente in cui credere, la speranza che fa sopportare la sete, la fame, il freddo, il passare dei giorni in attesa di qualcosa...quel qualcosa che si traduce nella violenza sconosciuta, quel carnale che entra nelle viscere per sputare fuori la disperazione della guerra. E così mentre l'angoscia e la disillusione si impossessano definitivamente dell'anima, Jamila si lascia stipare nella barca dove i corpi si ammassano trasportati dalle onde e dove il ventre gonfio sembra ormai indifferente al dolore. E proprio nell'indifferenza della luna, dei respiri flebili degli altri compagni di viaggio che all'alba arriva la luce nuova: Jamila.

2014

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