Padiglione 21

 

Quaderni di Hombres Edizioni

Silloge poesia

Pagg. 38

 

 

 

 

 

 

Opera vincitrice del premio Hombres Itinerante per silloge .

Entro nel Padiglione 21 senza bene sapere in quale luogo la scrittrice vorrà accompagnarmi. Sarà l'ala di un ospedale?Penso. Sarà una specie di manicomio?Ecco si parla di randagi...allora sarà un canile!Eppure nessun luogo tra quelli che provo a rappresentare nella mente sembra andarmi bene, così continuo la lettura, incuriosita. Dopo i randagi con la coda abbassata e l'orecchio malconcio simbolo di una umanità tradita da se stessa, incontro un vecchio professore sofferente, tradito anch'esso, che con mestizia pensa ai tempi andati. Poi arrivano le donne. C'è Angelica che col suo sorriso, in una sera malinconica ci consola per la vita che inesorabilmente ci sfugge, c'è Natalia la sposa bambina di un giorno perduto,morta troppo giovane, c'è l'amore che ricorre per una madre dal cuore pulsante, per una nonna che ora naviga nel mare delle stelle col suo cardigan di seta e per tutte le altre donne belle e affaticate dall'esistenza. Sono le donne capaci di donare la vita ma anche di toglierla, per accorciare la sofferenza di una morte lenta. (L'Accabadora). Tornano poi gli uomini. A rappresentare il loro mondo,c'è la figura silenziosa ed imponente di un padre falegname che si ubriacava di resina bionda e profumava di legno e di colla, ed il tributo ad un altro padre,stavolta spirituale, Josè Saramago, vincitore del Nobel per la letteratura e da poco scomparso, di cui rimangono parole capace di insinuarsi nell'anima come distese di calanchi, origami di luci, anime belle sul melo sacro dei ricordi.Vado ancora avanti, intorno a me tutto è azzurro, l'azzurro della speranza. Ormai ho capito che non c'è più differenza tra passato e presente, tra bello e brutto,tra realtà ed apparenza, tutto vive sempre nella dimensione dell'immanenza. Così fa capolino tra le pagine l'esperienza di Joseph Carey Merrick conosciuto come l'uomo elefante, famoso nella società britannica dell'era vittoriana per la sua deformità e relegato, a causa di questa, tra gli emarginati. Rifletto su quanto cinismo e cattiveria possano albergare nelle anime dei così detti uomini normali. Avanzo e mi ritrovo nella fantasia dove incontro Ombromanto il cavallo fantastico uscito dalla penna di Tolkien che corre nell'indolenza pigra del mattino, in coda al temporale.Dove sono allora? Ancora non riesco a capire, ma proseguo ed entro nel regno della natura:qui a predominare è l'azzurro, l'azzurro del cielo. Ora davanti a me c'è un vecchio castagno che sembra quasi rimpiangere i tempi antichi e il paesaggio di El Calafate che induce a riflettere sulla caducità del tempo, e poi l'alba sul Titicaca. Continuo a camminare, quasi in un percorso onirico, cammino e piano piano intorno a me svanisce il colore, tutto si fa più cupo, è il buio del dolore che viene dal tempo passato e che dura ancora, come una ferita che non cicatrizza. Il mio occhio assiste allo spettacolo del marzo 1976, quando il golpe militare in Argentina dà inizio alla tragedia ancora viva dei desasparecidos, mi giro davanti a tanto orrore, ma dalla storia un altro dramma affiora a riscuotere la mia coscienza, è l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema. Ora sì che ho capito dove mi trovo, il padiglione 21, è quello di un ospedale, di un canile,di un manicomio, di un cimitero, è tutto ciò al contempo, è quello di una esposizione che offre ai visitatori lo spettacolo del passato e del presente, della vita e della morte, della speranza e della disillusione, uno spettacolo in cui siamo al tempo stesso spettatori e attori, tutti uniti in un unico intricato e fortissimo afflato, come sostanze di uno stesso universo.Forte è la malinconia per il trascorrere del tempo, lo svanire di tutte le cose, il venir meno degli affetti, la perdita dei giorni che non si affollano più davanti ai nostri occhi, eppure il dolore rappresentato non è mai completamente nero, mai totale ed annientante, è una malinconia triste ma non ripiegata in se stessa e sempre alla ricerca dialettica della felicità. Ho vagato per i padiglioni di una mostra che racconta la vita, in cui tutto è pulsante, anche la neve che scende nella memoria è palpito che vivifica le cose e la casa dell'infanzia è più viva che mai nel mondo dei ricordi.Leggendo i versi di Tiziana Monari, seguiamo un itinerario che ci porta a scoprire elementi che, pur appartenendo alla sensibilità dell'autrice, ciascuno rivive secondo la propria disposizione d'animo, siamo accompagnati in un viaggio condotto con un tono evocativo ed impressionistico, che suggerisce emozioni più che descriverle, le sussurra piuttosto che urlarle, anche lì dove più forte si fa sentire la denuncia sociale e storica.

L'autrice ci rapisce anche con le sue scelte formali, con un tessuto poetico che dimostra un sapiente uso delle più efficaci e significative figure retoriche (anafore,metafore,similitudini,sinestesie, prosopopee)mai vissute però come un esercizio letterario, come volontà di autoreferenziale chiusura ermetica, piuttosto, come scelta obbligata, come necessaria esigenza espressiva, alla ricerca di una parola poetica che cerca di andare oltre l'apparenza delle cose del mondo.

 

Francesca Gambelunghe

 

Il Calice

 

E stanno lì,abbandonati,

senza razza,senza bellezza

con un nome diverso per ogni padrone

mischiati alle stelle,

al filo disfatto del niente i randagi,

la coda abbassata,

l’orecchio malconcio,

i guati dolci e rochi come sospiri

 

vivono tra le macerie tiepide del’anima

presso mura scrostate

che non hanno più ghetti e sono ghetti

l’innocenza primigenia negli occhi

il corpo di peluche sdrucito

abbandonato al niente

 

immobili in attesa

di voci che spezzino il silenzio

riannodino un esile filo di speranza

uno stand-by del cuore

gli occhi stanchi indugianti

in uno spicciolo di gioia

in una pietosa astuzia di uomo

in un lieve sibilo di vento

 

èd è già notte di luna nuova

le zampe in sogno frugano l’ aurora,

la corsa di un coniglio,

un bacio di bimbo sopra al muso

una carezza calda come il sole

in quella dissolvenza in nero

che è dolore, silenzio,perdita,

senso di vertigine.

 

Prima del solito risveglio.

Il sorriso di Angelica

 

Cavo

in una luce di luna

socchiudi gli occhi

in quella pallida stanza boreale

la vita che ti sfiora con dita tremanti

il vento che accarezza finestre

baciate dalla neve

 

ed io in una piccola felicità necessaria

lo sguardo abbassato

le vertebre in stallo

cerco l'elemosina di un Dio senza amore

il canto estenuante delle sirene d'Ulisse.

 

Ci sono dolori

che pesano meno di un soffio

c'è la pioggia che cade

nella portineria deserta

scorrono a lato uomini grigi

donne con cappotti a saldo

scarpe strette

 

ha una nera, morbida sembianza la sera

la strana calma dei sopravvissuti

immobile su questa sedia

sento il mondo oscillare piano

qualcosa che buca il cuore

e solo il sorriso di Angelica in tasca

e un merlo sul filo

di passaggio

come questa vita.

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